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Satyr, emigrazione, tradizioni, Bisacquino, viaggio, States, Sicilia, 1900 “La madre di G. D. si chiamava Nela. Nela era nata negli States ed era figlia di quella ricerca di una vita migliore che aveva portato i nostri paesani lontano dalla propria terra. Nela non aveva mai visitato Bisacquino e malgrado ciò sapeva parlare benissimo il siciliano: -        Ma vatre… l’avite ancora u frazzatuni?- sembra aver chiesto Nela al suo arrivo a Bisacquino. La madre di questa Nela prima di affrontare il faticoso viaggio che dalla sua terra l’avrebbe portata ad una nuova, visitò per l’ultima volta il santuario di Maria SS. Del Balzo e prima di prendere il carretto che l’avrebbe portata a Palermo, prelevò dal monte Triona un piccolo sasso che ripose insieme ai pochi indumenti nella propria sacca (tra il 1880 e il 1900 approdano negli stati uniti circa 4 milioni di italiani). All’arrivo negli Stati Uniti tutto cambiò. La povera donna poté trovarsi un lavoro, sposarsi e crearsi una famiglia e quel sasso rimaneva sempre là a farle compagnia. Passarono gli anni

e durante tutto quel tempo, la donna narrò sempre delle sue origini alla figlia Nela, pregandola che se mai fosse ritornata un giorno ai piedi di quel monte, dove mito e leggenda si univano, avrebbe dovuto portare il sasso con se. Ella morì e la figlia, che all’epoca dei fatti aveva già 70 anni, ritornò a Bisacquino. Nela vide i luoghi di cui la madre le aveva raccontato; gustò gli antichi sapori che la madre aveva provato di farle assaggiare; parlò con le persone che avevano finalmente il suo stesso accento. La donna visitò il santuario della Madonna del Balzo e prima di ripartire nuovamente per gli Stati Uniti, ripose il sasso in un punto elevato della via Sacra per evitare che venisse calpestato. Anch’essa prima di lasciare nuovamente quella terra, prese un altro sasso che portò con se.” Questa storia mi fu narrata da mia nonna circa due anni fa, proprio mentre stava per arrivare la primavera a Bisacquino. Mi toccò molto allora e mi tocca ancora di più adesso visto che la sento ancora di più mia. Cosa spinge una persona a portare con se un sasso? Cosa vede in esso? Viviamo in una società in cui la globalizzazione ci sta portando via quello che è davvero importante cioè: l’identità. In quel sasso la madre di Nela non vedeva soltanto la propria terra ma anche le proprie tradizioni, la propria cultura, il proprio passato. Quante volte nelle sere di solitudine l’avrà stretto a se e ne avrà tratto energia per affrontare le difficoltà della vita. Molti tendono pensare che l’apertura mentale sia legata alla capacità di cambiare quello che siamo, di tagliare con la propria cultura. Pensano al viaggio come qualcosa di magico, che ci fa aprire la mente ad altre culture rispetto all’arretratezza dei nostri luoghi. Nulla di più falso. Da quasi un anno osservo la cultura inglese e vedo che essi (gli inglesi) posseggono veramente una flessibilità tale da poter assorbire tutte le culture che da anni, ed in particolar modo adesso, si stanno riversando in U.K. Ma se questo può essere considerato qualcosa di positivo l’altra faccia della medaglia è la perdita della propria identità. Dal semplice esempio del dialetto (che in Sicilia molte persone disprezzano perché il siciliano è “rozzo”!) qui sull’Isola di Man sapete che fine ha fatto l’antico dialetto Manx? O viene studiato nelle università (es. Cambridge) o ci sono dei club esclusivi in cui degli anziani si riuniscono e continuano a parlarlo e se vuoi averne accesso devi essere prima valutato (élite). Non esiste più un piatto tipico mentre invece parlando con gli anziani del luogo, ne esistevano di così buoni. La lista sarebbe infinita!!! E noi? Ci lamentiamo della nostra arretratezza? La verità è che dovremmo essere come quella donna che ha portato quel “piccolo mondo” con se per proteggerlo, per sentirlo sempre vicino. Dovremmo essere fieri delle nostre tradizioni e non stravolgerle. E dovremmo, soprattutto, conoscere il nostro passato per non essere annualmente spettatori passivi senza un legame con la tradizione. La vera apertura mentale è questa: trarre dalle proprie origini spunti per il nuovo, perché il nostro passato è unico e quello che ne può nascere sarà a sua volta qualcosa di nuovo e unico! Ritornando all’aneddoto che vi ho raccontato, in quel sasso quella persona vedeva se stessa, vedeva la sua vera identità, il suo passato, le sue tradizioni, insomma in quell’oggetto inanimato vedeva il suo mondo;  Bisacquino. In esso aveva trasferito tutto ciò che di importante aveva nella sua vita e in esso trasferì se stessa nella speranza che un giorno avrebbe nuovamente potuto riabbracciare la propria terra per non lasciarla mai più.

Di Pietro Ragusa

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