Bisacquino, satyr, calvario, santo, pacePROFILO STORICO

Costruito ad inizio della terza decade del 1800, sul fianco di un piccolo colle posto sul versante nord-est  periferico del paese. Il complesso nella sua prospettica figurazione simbolico-sacra, nel suo genere è stato concepito quale binomio di creatività polimaterica in cui le componenti: architettoniche (chiesetta, gradinata, cancellata, sagrato, disposizioni dei quadroni terrazzati); vegetali di arredo di valenza simbolica religiosa (che si legano alla passione), ne caratterizzano  efficacemente la sua unicità di concezione che volutamente è stata accordata agli spazi che ivi si sviluppano sul profilo naturale del piccolo colle: una cinta muraria in pietra viva intra-circuita da due emi-filari di 56 cipressi secolari, del genere “Sempervirens”,  a sua volta centro-ricuciti da un’imponente e maestoso cipresso del genere “Arizonica” , si sviluppano ad  “arco gotico-forme” e  ne circoscrivono  il giardino segmentato in quadroni da siepi di bosso (simbolo di fermezza e di casta purezza ), comunicanti tra loro per poi quasi metamorfosarsi evolvendosi in un acciottolato policromo nel sagrato a sua volta adornato da due residui ulivi secolari (stessa valenza simbolica del bosso oltre che di pace); la lunga scalinata centrale (scala santa)  si compone di ben 43 gradini in basole  di pietra  che traducono un percorso, di meditazione, di silenzio, e di preghiera, prima di immettere il visitatore nella chiesetta superbamente  sormontata dalla grande Croce ferrea (“Santa Cruci”) e da altre due croci  più piccole.

Lo spazio planimetrico, visto frontalmente, proietta all’occhio dell’osservatore la sagoma di una  “barca” avente per “timone e vessillo” la Chiesetta sormontata dalla  grande Croce ferrea a rappresentarne con efficacia la simbolica figurazione della Chiesa di Cristo. L’intero complesso occupa un’area di ben 1.250 mq circa. Ricollegandoci alla “memoria storica” dei padri fondatori dell’omonima congregazione,  possiamo in parte tentare di ricostruire il percorso di vita congregazionale che ha portato alla costruzione del “sacro luogo”: un “confrate benefattore”, ha voluto far dono di un appezzamento di terreno ulivetato, posto nella periferia del paese, su cui dover erigere il “sacro luogo”. Dunque probabilmente la costruzione della chiesa sarà cominciata contestualmente a partire del riconoscimento canonico della congregazione, avvenuta il 22 Marzo 1831, mentre del Calvario, inteso quale “campo del vasaio”,  ben definito nei suoi attuali confini, sappiamo che già esisteva sin dal 1831, in quanto ne dà notizia diretta l’articolo 12 dello statuto della congregazione medesima. Ad oggi il documento storico più antico che dà notizia dell’esistenza della chiesa è una lettera scritta dal Decano Giovanni Scavotto, all’Arcivescovo di Monreale Giuseppe Maria Papardi, che riferisce: “Io Decano Arciprete e Vicario Foraneo di Bisacquino affine di dare esecuzione al mandato affidatomi dall’Ecc.za S. Rev.ma … per lettera del 27 marzo 1883 sono ito a visitare questa cappella eretta dalla Congregazione del SS .Crocifisso nel luogo cosi detto il Calvario,… avendola veduta decente a potervisi celebrare la S. Messa … l’ho benedetta secondo il rito della Santa Romana Chiesa. Dato in Bisacquino addì 19 aprile 1883.”- (da “Giovanni Scavotto il pastore alle sue pecorelle” di Saverio  Di Vincenti”). Scorrendo i nominativi dei Confrati, elencati in “Note delle Fratelle della Congregazione”, il terzo confrate facente parte dell’elenco dei fondatori è un certo M° Alberto Guarino. L’Alberto Guarino bisacquinese cui intendiamo riferirci, è l’insigne murifabbro-architetto nonché abile modellatore di stucchi, che ha operato instancabilmente a Bisacquino e nei paesi vicinori, nel periodo storico-artistico della seconda metà del milleottocento, in cui ancora diverse prestigiose maestranze d’arte erano molto attive, tra le quali: i Messina e i Busacca di chiusa Sclafani, e il Puntaleri di Bisacquino (che ha lavorato con Pietro Puzzo come decoratore nella qualità di indoratore/stuccatore nella chiesa madre di Bisacquino), e con i quali certamente avrà avuto modo di lavorare divenendone un ottimo discepolo. Del Guarino ancora oggi possiamo ammirare alcune  sue opere  realizzate in Bisacquino quali i pregevoli stucchi nelle  chiese del: Rosario, San Vito, Chiesa Madre; e le manierate  architetture quali le cappelle: della Madonna di Trapani e delle Anime Sante; l’originale  campanile della chiesetta di S. Maria di Gesù. Nella considerazione di quanto ipotizzato, può affermarsi che la chiesetta (cappella) del Santo Calvario potrebbe essere stata una delle sue prime opere giovanili: e per la concezione architettonica/decorativa, suffragata dall’inconfondibile stile plastico degli stucchi ivi realizzati con la tecnica del “rilievo sul posto” e non “del riporto” , e per l’aspetto stilistico della facciata, quali: le due finestre ogivali; il profilo curvilineo dei muri prospettici in terracotta, trovano  riscontro leggibile in altre sue opere presenti nel paese, quali: la Cappella della Madonna di Trapani: le due finestre ogivali; i gigli e la Madonnina in terracotta  posti rispettivamente sui cornicioni a sopra la cupola; la Cappella delle Anime Sante nei  muri prospettici.
L’unicità del “sacro luogo”  si caratterizza soprattutto in ragione dell’arricchimento continuo della sua dimensione identitaria grazie a realizzazioni sviluppate con cadenzata continuità ininterrotta nel tempo, e volte sempre a rafforzare il legame identitario-etnico, in termini di tradizione viva e per l’aspetto rituale-religioso che per l’ artistico-culturale. È in forza di tutto ciò che ha sempre conservato inalterato il suo fascino attrattivo sin dal momento in cui è stato concepito come tale!
Di certo la componente devozionale al SS. Crocefisso è sempre stata e continua ad essere, la matrice comune e unica di base di tutte le azioni realizzatrici :

  • Salvaguardia del patrimonio poetico-testuale: nel 1977/78, ad iniziativa volontaria, è stata attuata la raccolta dell’antico patrimonio poetico-testuale, in dialetto siciliano-locale, dei “Canti di lu Venniri Santu”(lamentanze), che era stato tramandato solo oralmente e come tale rischiava di perdersi compromettendone così la pregevole continuità plurisecolare della tradizione;
  • Valorizzazione del patrimonio testuale- poetico con suo adattamento quale sceneggiatura per la sacra rappresentazione popolare “Santa Cruci” (processo religioso e civile a Gesù) da considerarsi unica nel suo genere, in quanto interamente recitata in dialetto parlato locale , sulla balconata della chiesa e ai piedi della grande Croce, e aventi per scenario naturale l’intero complesso del sacro sito.
  • Ricerca e studio da circa un trentennio sono state prodotte da diversi studenti universitari, delle facoltà quali , Architettura - Scienze Agrarie e Tradizioni popolari, tesi di laurea concernenti: la concezione dello sviluppo architettonico del sito; la presenza delle diverse essenze vegetali di valenza simbolica-religiosa in ragione di arredo sacro; Pubblicazioni librarie di alcune tesi, accreditate da insigni docenti dell’Ateneo di Palermo e in particolare dall’Istituto Tradizioni Popolari a conferma e  sottolineatura  di una nuova “variante”, per l’aspetto melodico dei canti bisacquinesi del “Venerdì Santo”, supportata anche dalla grande corposità numerica delle “quartine” , oltre che per la fedeltà esecutrice testimoniata da alcuni solisti storici, fortunatamente riprodotti nel vivo delle loro esecuzioni (anno ‘77/78). Il testo ultimo pubblicato “Suoni e voci della Pasqua a Bisacquino”- Autrice Dott.ssa   Rosalia Pizzitola –Ed. Qanat con allegato CD. Inoltre l’attività concertistica di alcuni gruppi polifonici, pregevoli artisticamente, tra cui “Cultura e immagine” e il  “Polifonico del Balzo”, diretti rispettivamente da Luciana Rumore e Vincenzo Pillitteri, con i loro concerti ne hanno contribuito a una loro diffusione conoscitiva.
  • Fedeltà alla ritualità religiosa nella Con l’inizio della Quaresima, il “Sacro luogo” chiama l’intera comunità paesana alla preparazione della Pasqua, quindi in questo lasso di tempo, ne diviene gradatamente ambito-momento liturgico particolare quali: Getsemani-Cenacolo (Giovedì Santo- istituzione della Eucarestia); Golgota (Venerdì Santo-Crocefissione); Sepolcro (Domenica di Pasqua-Resurrezione). In ognuno dei giorni elencati si celebrano diverse funzioni religiose-liturgiche tradizionali. Mi corre l’obbligo di fare una precisazione a  riguardo del Giovedì  Santo, a salvaguardia di questa nostra bellissima tradizione. La liturgia di tale giorno fa memoria alla istituzione Eucaristica e non al Sepolcro. Secondo una mia convinzione il termine “Sebburku” è stato male interpretato, e precisamente: in gergo locale con questo nome s’intende fare riferimento ad una  forma di addobbo vegetale, quali di germogli perlopiù di grano, lenticchie, scagliola ecc., fatti germogliare al buio, quindi in assenza di luce allo scopo di interromperne il fenomeno di fotosintesi clorofilliana che ne determina il colore verde: per cui  il nome “Sabburku” non è da tradurre in “Sepolcro” anzi al contrario, la sua presenza nell’addobbo ne vuole simboleggiare non la morte bensì la resurrezione di Lazzaro! l’amico che amava . Ecco perché a partire da un paio di anni il nostro “Sebburku” è divenuto in modo più chiaro, Altare della Reposizione e non della Deposizione, dove la presenza del simulacro del Cristo, ne vuole solo rappresentare il quadro plastico dell’istituzione Eucaristica e non il suo sepolcro. Gesù è morto il venerdì e non il Giovedì !

Di Totò Ragusa

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