Satyr, bisacquino, pietro fischiettiLa prima volta impari a contare usando le dita. Il pollice, un anno. L’indice, un altro. Il medio, un altro ancora. Poi, via via che il tempo passa, questo metodo non funziona più, perché la somma dei giorni dà un risultato sempre più gigantesco, e tu cambi al variare dei suoi numeri sempre più grandi.
Però, non basta un numero a fare il tempo. Lo fanno anche le facce che invecchiano, quelli che non ci sono più e i nuovi che arrivano, gli usi che spariscono e i luoghi che assumono un aspetto diverso. È così che si misura il tempo, con la memoria di ciò che è stato.
Una volta c’erano i quartieri, a Bisacquino. Intendiamoci, ci sono ancora. Ma allora c’era l’appartenenza al quartiere: una sorta di orgoglio delle origini, una specie di linea di demarcazione che in un qualche modo aveva dentro qualcosa di discriminante (“abito in Piazza” stabiliva un certo distacco da “abito ai Roccazzelli/Sant’Antonio/Crocilla”…), eppure ci si sentiva parte integrante di un tessuto che, prima ancora che essere urbano, era elemento costitutivo della persona stessa: io, cioè, non ero solo io, ero il quartiere.

 

Il quartiere, con le sue dinamiche di vicinato, gli altari del Sacramento e i santi del Tre Maggio, con la sua acqua per strada, se qualcuno lavava dinanzi alla porta di casa, e gli abiti stesi ad asciugare come allegri coriandoli. Con i bambini e la fetta di pane e Dio sa che cosa (era mondo lo stesso, anche senza Nutella…), con i ragazzini e i giochi più disparati (ammucciareddu, ‘u travu, ‘u cinturinu, in cui qualcuno usava sadicamente la fibbia…), le urla nelle sere estive a richiamare figli e nipoti che rientrassero a mangiare, quei disgraziati! E poi, ancora, la frutta raccolta dagli alberi improvvisati di giardinetti sorti senza confini ben definiti, il rumore dei carruzzuna e lo stridore delle “ruote a pallini”, le pallonate dove capita capita e il conseguente schianto di vetri o di vasi abbattuti…
Insomma, era questo il quartiere. La vicina di casa e la visita di cortesia, “i cose arrinnute”, l’anziana seduta sulla sedia di paglia a masticare pane casareccio e formaggio, il sacrestano che suona le campane e che, quando suona la cosiddetta “angunia”, viene circondato dalle donne curiose di sapere a chi è toccato: ma sapevano già, dal tocco finale, se era morto un uomo, una donna oppure qualcuno che abitava all’estero…
C’era la signorina “schietta” che distribuiva casa per casa il fogliettino delle meditazioni religiose. Il ragazzino che portava il latte appena munto ai “parrucciani” nelle bottiglie di vetro marroni che non nascondevano però la sua schiuma genuina e benedetta. Ogni tanto c’era il botto: una macchina che, non rispettando il limite di velocità (ma del resto non c’era mica il segnale!) si fiondava sulla “firrata” per finire capottata nella stradina sotto quella principale.
Ricordi del mio quartiere, sia chiaro. Ma ogni quartiere ha figure o dinamiche che lo rendono unico. Nel mio, Sant’Antonio, u parrino il mercoledì santo portava il Crocefisso a spalla per le strade, fermandosi per leggere le quattordici stazioni della Passione, e poi nel mese di Maggio conduceva la statua della Madonna Immacolata nella case, dove ci si raggruppava in veri e propri cenacoli di preghiera. Ma in altri, non c’erano cerimonie simili?
Noi ragazzini eravamo sempre in mezzo, ma quanto era bello quell’intrecciarsi di voci infantili! Passavano i muli per le strade, questi autentici signori delle nostre campagne che avevano una regalità tutta loro quando incedevano nelle trazzere. Quante volte si fermava la partita al pallone con il Super Santos o il Super Tele perché stava passando una mula “mirrina”!
Non so, forse tutto questo è stato possibile nei quartieri periferici, ma anche la Piazza aveva la sua dignità di quartiere. Intanto perché era il luogo deputato a raccogliere e, direi, ospitare tutti i cittadini nei momenti più cruciali della vita paesana (comizi, feste religiose e non, spettacoli…), e poi perché anche lì c’erano ragazzi che respiravano un’aria di appartenenza, qualche volta invidiata.
Sì, perché il quartiere è dovunque tu senti di essere te stesso. Dentro ogni fibra del tuo corpo, vivono le cellule che hanno respirato l’aria di quei luoghi, in quelle strade, tra quelle case. E perciò anche quando sei lontano, il quartiere è con te.
I ragazzini di Bisacquino di oggi non “sentono” il quartiere. Vivono il “Passeggio”, la terra che è di tutti e perciò di nessuno, dove sono stranieri a se stessi perché la loro identità, lì, è legata soltanto al tempo in cui ci stanno. Vivere il quartiere, invece, è “sentirlo” per sempre.
Tu lo sogni il tuo quartiere, quando sei lontano. Anzi, ora che sei lontano: nel tempo e nello spazio. È la tua infanzia che si confonde col mito di un’età felice, sono immagini di particolari che vedevi solo tu e che ritornano nei tuoi occhi con la nitidezza di allora. Allora, quando contavi il tempo usando solo le dita.
Amo il mio quartiere. La sua gente. I suoi odori e i suoi colori. Nella nebbia che sempre più spesso avvolge con il suo alone inconsistente la memoria di ciò che è stato, sento comunque la presenza di quello che ero allora. Di quello che eravamo noi ragazzini di quartiere, con le nostre povere guerre tra bande, le squadrette di calcetto, i soprannomi e i vestiti che non erano sempre perfettamente abbinati.
Amo il mio quartiere. E so per certo che il suo respiro sarà dentro di me per sempre.

P.S. Tempo fa ho scritto una breve poesia, molto semplice, sul mio quartiere, in occasione di un premio di poesia locale. S’intitola “Living Sant’Antonio, leaving Sant’Antonio”. Ossia, all’incirca: “Vivendo Sant’Antonio, lasciando Sant’Antonio”.



Living Sant’Antonio, leaving Sant’Antonio
Un vecchio seduto, in mano un bastone,
un bimbo per strada col suo carrozzone,
la donna che stende i panni al balcone,
il prete in chiesa dà la sua benedizione.
Un raschio alla gola e lo sputo sul selciato,
il vecchio rialza il suo capo addormentato,
il bimbo ora ride sebbene ha cappottato,
un uomo sull’uscio sfarina il suo trinciato.
Il prete eleva solenne la sua preghiera,
un mulo si attarda lungo la trazzera,
il sole si spegne ed è subito sera,
risuona nell’aria il chiu di una capinera.
È così che io rivivo il mio Sant’Antonio,
quartiere di un tempo che è già memoria,
che tengo nel petto per strade straniere
percorse ogni giorno per il mio mestiere.
Ma il cuore e la mente non lasciano i luoghi,
e oggi che siamo rimasti assai pochi
lo stesso io ti amo, mio suolo materno,
lo stesso, in eterno. Lo giuro, lo stesso.

Di Pietro Fischietti

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